Alcuni microrganismi possono aggravare la dermatite atopica, altri potrebbero aiutare a controllarla. Le nuove ricerche studiano anche il legame con l’intestino: ecco che cosa sappiamo e quali benefici devono ancora essere dimostrati.
La pelle prude, si arrossa, diventa secca. A volte il fastidio impedisce di dormire e accompagna intere giornate. Per chi soffre di dermatite atopica, la ricerca di un sollievo duraturo è una necessità quotidiana.
Una delle strade studiate dagli scienziati passa attraverso i microrganismi che vivono sulla pelle e nell’intestino: capire come interagiscono con il nostro corpo potrebbe aiutare a migliorare le cure.
Che cos’è la dermatite atopica
La parola dermatite significa infiammazione della pelle e comprende malattie diverse. Qui parliamo della dermatite atopica, una forma di eczema: provoca prurito, secchezza e arrossamenti, con periodi di miglioramento e ricadute. Può comparire nell’infanzia e interessare anche gli adulti. Non è contagiosa.
Nella malattia entrano in gioco diversi fattori: le caratteristiche ereditarie, l’ambiente, il sistema immunitario — cioè le difese dell’organismo — e la barriera cutanea. Quest’ultima è lo strato protettivo della pelle, che aiuta a trattenere l’acqua e a difenderci dall’esterno. Quando funziona male, la pelle diventa più vulnerabile.
Microbioma: che cosa significa e perché interessa la pelle
La nostra pelle ospita naturalmente batteri e altri microrganismi. Questa comunità viene chiamata microbiota. Il termine microbioma comprende anche il loro patrimonio genetico e, nell’uso più ampio, l’ambiente in cui vivono e le loro attività. Molti di questi abitanti microscopici convivono con noi senza provocare malattie.
Uno dei batteri studiati nella dermatite atopica è lo stafilococco aureo, il cui nome scientifico è Staphylococcus aureus. Può essere presente sulla pelle e, in chi soffre di questa malattia, contribuire all’infiammazione. Da qui nasce una domanda: altri batteri, opportunamente selezionati, possono limitarne l’attività e aiutare la pelle?
La scoperta del 2026: un batterio intestinale studiato nei topi
Un lavoro pubblicato nel 2026 sulla rivista scientifica Advanced Science, da Yanqiang Shi e colleghi della Southern Medical University di Guangzhou, in Cina, ha studiato Bifidobacterium breve, un batterio che può vivere nell’intestino umano.
I ricercatori ne hanno selezionato un ceppo chiamato Yang08. Un ceppo è una particolare variante di una specie batterica: varianti diverse possono avere caratteristiche e comportamenti diversi.
Negli esperimenti sui topi, Yang08 ha attenuato alcuni segni di una dermatite simile a quella atopica. Il suo effetto coinvolgeva altri microrganismi intestinali e alcune cellule delle difese immunitarie. In particolare, favoriva Akkermansia muciniphila, un altro batterio dell’intestino, e riduceva nella pelle alcuni processi legati all’infiammazione.
È un esempio di quello che viene chiamato asse intestino-pelle: l’insieme delle relazioni attraverso cui ciò che accade nell’intestino può influenzare anche la cute. Il risultato, però, è stato ottenuto negli animali. Non dimostra che assumere quel batterio, o un comune integratore, curi la dermatite nelle persone.
Perché i probiotici non sono tutti uguali
I probiotici sono microrganismi vivi che, assunti in quantità adeguate, apportano un beneficio alla salute. Ma un beneficio dimostrato in una situazione non garantisce che funzionino anche contro la dermatite.
Uno studio del 2025, pubblicato sulla rivista scientifica npj Biofilms and Microbiomes da Hoon Je Seong e colleghi, ha confrontato 31 bambini nei primi mesi di vita con dermatite atopica e 29 senza la malattia. I ricercatori hanno trovato differenze tra le varianti di Bifidobacterium longum, un batterio intestinale, presenti nei due gruppi.
Questo suggerisce che, per studiare un possibile trattamento, occorre sapere esattamente quale variante batterica si sta utilizzando. Ma osservare una differenza non equivale a dimostrare una causa: lo studio non prova che quei batteri provochino la dermatite né che sostituirli la faccia scomparire.
Batteri in un gel: come procede la sperimentazione sulla pelle
All’Università della California di San Diego, negli Stati Uniti, i ricercatori studiano Staphylococcus hominis A9, una variante di un batterio presente sulla pelle umana. Nelle pubblicazioni viene abbreviato in ShA9. L’obiettivo è sfruttarlo per contrastare lo stafilococco aureo.
Un primo studio su 54 adulti, pubblicato nel 2021 su Nature Medicine, ha fornito risultati incoraggianti sulla sicurezza nell’arco di una settimana e ha osservato una riduzione dello stafilococco aureo. Non ha però dimostrato un miglioramento significativo della dermatite considerando l’intero gruppo trattato.
La ricerca prosegue con uno studio chiamato TIME-2, avviato nel 2025, che prevede circa 86 partecipanti dai sei anni in su. Confronta un gel contenente il batterio con un gel equivalente che non lo contiene.
Nelle prime due settimane entrambi i gruppi ricevono anche farmaci a base di cortisone applicati sulla pelle. Successivamente si valuta se il gel sperimentale riesca a mantenere più a lungo il controllo della malattia. La conclusione è prevista nel 2027: il beneficio deve ancora essere dimostrato.
Quando una cura promettente non supera la prova
Un altro batterio studiato per l’applicazione sulla pelle si chiama Roseomonas mucosa. Le prime ricerche avevano dato segnali favorevoli, ma una successiva sperimentazione su 154 persone, durata 16 settimane, non ha confermato un vantaggio rispetto al placebo.
Il placebo è una preparazione simile a quella sperimentale, ma priva del componente che si vuole verificare. Serve a capire se proprio quel componente aggiunge un beneficio.
In questo caso, la preparazione contenente tre varianti del batterio non ha funzionato meglio del confronto. È un limite di quel trattamento, non una bocciatura di tutta la ricerca sul microbioma.
Che cosa cambia oggi per chi soffre di dermatite
Questi studi aprono nuove possibilità, ma le cure attuali restano fondamentali. Gli emollienti, cioè creme e unguenti che aiutano a mantenere la pelle idratata, sostengono la barriera cutanea. I farmaci antinfiammatori aiutano a controllare i sintomi.
Per alcune forme più gravi esistono anche trattamenti mirati, come i farmaci biologici, che bloccano specifici segnali coinvolti nell’infiammazione. La scelta dipende dall’età, dalla gravità della malattia e dalla valutazione del dermatologo.
La ricerca sul microbioma dovrà dimostrare se un determinato batterio, in una precisa preparazione, può offrire un vantaggio concreto a determinati pazienti. La misura del successo sarà molto semplice da capire: meno prurito, meno ricadute e più notti di sonno senza interruzioni.



